giovedì 19 agosto 2021

Jeanette Winterson - Lunga vita alle donne ribelli

 

 «Perché essere felice quando puoi essere normale?»







 «Perché essere felice quando puoi essere normale?»

Una frase a dir poco inconcepibile quella pronunciata dalla signora Constance Winterson, una donna da una forte tanto folle religiosità. Disse queste parole nel settembre del 1975 rivolgendosi alla figlia adottiva Jeanette, appena sedicenne, ma distinta già da una spiccata determinazione. Jeanette, abbandonata dalla madre naturale, fu adottata dai coniugi Winterson con la speranza di farne una dogmatica missionaria. Cresciuta in una comunità religiosa repressiva in cui l’approccio fisico all'amore veniva considerato un peccato grave, figuriamoci se con una persona dello stesso sesso.

L’unico libro permesso in casa era la Bibbia. Difatti quando vennero scoperti i suoi libri nascosti sotto il materasso la madre ne fece un falò in cortile. Oltre a non avere quindi alcun tipo di libertà, Jeanette si rese conto da giovanissima di essere lesbica e decise di andare via di casa. In realtà non aveva poi altra scelta.
Oltre a collezionare numerosi lavori per mantenersi e amori irrequieti, aveva una forte passione che le teneva compagnia: la letteratura, prima studiata ad Oxford e poi riversata con passione in tutti i suoi romanzi. A questo punto la narrativa e la poesia – lette e scoperte di nascosto – diventarono per Jeanette vere e proprie vie di fuga verso un futuro migliore.

Dopo essersi trasferita a Londra, il suo primo romanzo – intitolato Oranges are not the only fruit – vinse nel 1985 il Whitbread Prize come miglior romanzo esordiente. Nello stesso anno Jeanette scrive la graphic novel Boating for beginners, mentre nel 1986 dà vita a Fit for the future: the guide for women who want to live well.
Quella ragazzina tenace e testarda è diventata con gli anni una talentuosa scrittrice. Tuttavia nella sua mente l’eco della domanda posta da Constance risuonava ancora scomoda e persistente fino a quando, nel 2012, decise di aprirsi totalmente sulla sua sofferta e agoniata vita in una bellissima autobiografia, dandole un titolo ricco di ricordi: Perché essere felice quando puoi essere normale?. In essa confessa ai suoi lettori di avere disperso un sacco di energia in rapporti carichi di rabbia e di non aver saputo abbandonarsi alle persone. Ma perchè decise di fare queste confessioni così intime?

“Sono tornata al mio passato in virtù di quei documenti scovati in un baule, così ho iniziato a scrivere per me e solo per me, la mia storia, senza pensare che sarebbe diventata un libro. È stata la mia agente a consigliarmi di metter insieme tutto, e a metà mi sono accorta che dietro gli appunti c’era una incredibile forza. Speravo che, sebbene molto personali, potessero parlare a molta gente. Ho un’idea molto morale dell’arte. Se non ci cambia la vita a che serve? Ha funzionato: sono stata inondata da lettere ed email da chiunque, donne e uomini di tutte le età”.

Un altro suo capolavoro del 1992 – Scritto sul corpo – ha un qualcosa di autobiografico e personale. In esso Winterson ripete come un mantra la domanda: «Perché è la perdita la misura dell’amore?». È innegabile che rappresenti uno dei capisaldi della letteratura più vicino al movimento Lgbtq. Il/la protagonista del romanzo – l’autrice non svela il sesso in quanto considerato dettaglio superfluo – compie un vero e proprio viaggio sensuale all’interno e attraverso il corpo dell’amante, leggendone ogni segno lasciato dalla vita. L’amore è per Jeanette uno dei pilastri della vita. Tuttavia, esso non è mai sentimentalismo, ma piuttosto un qualcosa che soffoca senza nutrire chi lo vive: una perdita, appunto.

 

In tutti i suoi scritti ciò che risalta è una grandissima capacità di mettersi a nudo, esplorando senza pudore e senza mezzi termini il mondo delle emozioni. Una continua denuncia contro un mondo che l’ha resa ciò che è: forte, consapevole e senza peli sulla lingua. Un mondo ipocrita che preferiva delegare agli esorcisti il peso di sentimenti ed emozioni a loro scomode. Una penna irriverente e trasgressiva, spesso segnata dal proprio passato e da una continua lotta per affermare se stessa e la propria sessualità

E allora, perché essere felice quando puoi essere normale?

Forse perché, come insegna Jeanette, ricercare la propria felicità – a costo anche di ritrovarsi spesso soli – conduce al finale migliore che una storia possa avere: il perdono e l'accettazione.

mercoledì 19 maggio 2021

Io sono una famiglia di Liz Chester Brown


“La salute mentale ha bisogno di numerose attenzioni. Rappresenta ancora un tabù che va chiarito e affrontato".

Adam Ant 

 

 

Un romanzo drammatico che racconta tutte le difficoltà che questa famiglia ha dovuto affrontare.

La protagonista è Arianna, con tutta la sua sofferenza dovuta alla perdita della madre. Ora Arianna è cresciuta, ha una famiglia tutta sua, ma quel dolore non è mai andato via. Con gli anni è riuscita a conviverci ma non è mai riuscita a chiuderlo definitivamente fuori dalla porta della sua vita.

Il suo racconto ci porta a conoscere tutti i componenti della famiglia e a rivivere con loro, attraverso quelle emozioni così sincere, le vicende che hanno dovuto affrontare. Un padre amorevole e dedito ai suoi figli che ha sempre nascosto il dolore dietro abbracci e sorrisi sconfinati. Una madre invece fredda, gelosa, piena di rabbia e con problemi psichici ai quali non si è mai dato il giusto peso, finendo così per non calcolare i propri figli.

Questa storia è l'esempio di come la famiglia può rappresentare un ambiente tossico. Spesso questi genitori influiscono negativamente sulla salute mentale dei figli; esistono dinamiche per cui i figli vengono esposti sin da piccoli a situazioni di stress, angoscia, umiliazione o vulnerabilità. Si tratta di situazioni difficili, traumi che possono essere avvertiti persino in età adulta; il forte impatto di un'infanzia infelice e i conseguenti danni psicologici possono durare nel tempo. Vale a dire che le conseguenze dei traumi generati dalla carenza d'affetto, dagli abusi, dalla violenza fisica o psicologica o da qualsiasi altro fattore che possa nuocere allo sviluppo psico-emotivo del bambino non si limitano all'infanzia. Vanno oltre, si ripercuotono sulla sua salute mentale.

Ed è quello che accade ad Arianna.

Impossibile non empatizzare con questa donna. Cambiare vita per lei non sarà facile…sarà una strada lunga, piena di imprevisti, ma possibile grazie all’affetto di persone vere e sincere che le vogliono bene.
 Una storia difficile, che va capita fino in fondo e che trova nel dramma una potenza incredibile.

martedì 27 aprile 2021

Viola e Nina di Alice Mastropaolo - Recensione e Intervista all'autrice

 "𝚁𝚒𝚌𝚘𝚛𝚍𝚊𝚝𝚒 𝚍𝚒 𝚌𝚑𝚒 𝚌'𝚎𝚛𝚊 𝚚𝚞𝚊𝚗𝚍𝚘 𝚜𝚝𝚊𝚟𝚒 𝚖𝚊𝚕𝚎, 𝚙𝚎𝚛𝚌𝚑é 𝚜𝚊𝚛𝚊𝚗𝚗𝚘 𝚚𝚞𝚎𝚕𝚕𝚒 𝚌𝚑𝚎 𝚟𝚘𝚛𝚛𝚊𝚒 𝚊𝚌𝚌𝚊𝚗𝚝𝚘 𝚚𝚞𝚊𝚗𝚍𝚘 𝚝𝚞𝚝𝚝𝚘 𝚊𝚗𝚍𝚛à 𝚋𝚎𝚗𝚎".

 

 

Oggi Tokyo ha deciso di aiutarmi a presentarvi questa bellissima lettura di Alice Mastropaolo:

𝕍𝕚𝕠𝕝𝕒 𝕖 ℕ𝕚𝕟𝕒, 𝕌𝕟𝕒 𝕓𝕖𝕝𝕝𝕚𝕤𝕤𝕚𝕞𝕒 𝕤𝕥𝕠𝕣𝕚𝕒 𝕕𝕚 𝕒𝕞𝕚𝕔𝕚𝕫𝕚𝕒 edito da @risfoglia.

L'autrice è illustratrice e scrittrice. Diplomata alla School of Comics and Illustration di Palermo, realizza i progetti editoriali Ustica e Queen of the Sea, che sono stati tradotti in italiano e in inglese. Oggi collabora alla realizzazione di numerosi fumetti italiani, americani e francesi. Considera la scrittura per ragazzi la sua grande vocazione. È al suo secondo lavoro con la Casa Editrice Armando Curcio dopo il successo di Augusto e Cesare.

𝐓𝐀𝐑𝐆𝐄𝐓 𝟔+

Una bellissima storia di amicizia - e di speranza - tra una bambina e una gattina davvero speciale.

Le due si incontrano in un parco e da quel momento cambierà la vita di entrambe. 
Nina decide difatti di seguire la bimba fino a casa, ma inizialmente non riesce a convincere nessuno ad adottarla. Si sente quasi trasparente agli occhi di quegli umani. Dopo diversi tentativi però riesce finalmente ad entrare a far parte della famiglia. Diventerà per Viola una distrazione da quella brutta malattia; Nina sarà sempre lì a farle da spalla e a coccolarla, soprattutto in quelle serate in cui la piccola tornerà a casa stanca, distrutta da quelle cure tanto invadenti.

Nasce così un legame di amore che le porterà ad affrontare insieme la malattia con forza e serenità. 

Essendo amante degli animali devo dire che questo libro mi ha profondamente toccato il cuore. Una storia che riesce a far trapelare l'importanza di avere un animale in casa e soprattutto quella di far crescere i bambini a contatto con loro. Per quanto mi riguarda ho sempre trovato conforto nella compagnia della mia gattina Tokyo e sono fermamente convinta che chi ha un animaletto da coccolare nella propria vita è sicuramente una persona meno sola.

Inoltre credo che si debba iniziare a parlare molto di più in questi libri di argomenti "più seri" come quello della malattia, proprio per aiutare sia bambini che genitori a sentirsi meno soli durante un periodo difficile come quello trattato nel libro.

Ringrazio Alice per questa bellissima lettura e per la nostra divertentissima intervista fatta in diretta IG qualche giorno fa. 

Vi riporto parte delle domande che ho fatto a questa bravissima autrice e illustratrice


- Quando e come hai capito di voler trasformare la tua passione per l’illustrazione e la scrittura in un lavoro?

In realtà ho sempre disegnato, uscendo dal liceo scientifico capii che la strada giusta da intraprendere non era quella della “matematica o delle scienze”, ma bensì quella dell’arte!.

Finita la maturità dopo diverse ricerche per trovare il posto più adatto a me, frequentai la scuola del fumetto di Palermo, e li grazie all’aiuto dei miei docenti (che ringrazio tutti!) imparai il mondo del fumetto e dell’illustrazione, uscendo con il mio primo libro scritto e illustrato da me: “Ustica e la regina del mare”. Terminato il mio percorso iniziai a lavorare poco tempo dopo con il mondo editoriale, lavorando per case editrici estere ed italiane. 

Infatti questa è quasi la mia decima pubblicazione! Un grande traguardo per me.

Ma tornando a noi, al mio percorso, la voglia di ampliare le mie conoscenze nel campo dell’illustrazione, mi spinsero a conseguire un master sull’illustrazione editoriale e il toys design a Milano, ricordo questa esperienza come una delle più importanti!


- Come nascono le tue storie?

Come nascono le mie storie... fammi pensare…

Ti direi dalla così chiamata “ispirazione”, mi capita di guardare, provare qualcosa e subito mi scatta la voglia di appuntare, e da lì parte tutto! Scrivere mi rilassa.

Beh, sai questo libro è stato solo un caso, i miei libri non sono spesso autobiografici, non raccontano di me ma si può dire che le mie emozioni si trasformano in storie.

Perciò forse solo in questo caso la protagonista è la ma gatta: “Nina”, perché guardandola una sera prima di addormentarmi con lei è stata l’ispirazione della mia storia. Infatti mentre lei dormiva beata tra le mie gambe ed il caldo piumone, c’ero io che invece scrissi per tutta la notte, immaginatevi un po’ voi la scena, lei il mattino seguente riposata e raggiante, mentre io…


- In questa storia ci parli dell’importanza di avere un animale in casa. Quindi qual è il tuo rapporto con loro?

Il mio rapporto con gli animali non può che essere indispensabile!

Fin da bambina adottai due incroci di pastore tedesco (che diciamo si innamorarono di me, senza più lasciarmi, quando fuori giocavo con la mia biciclettina. E’ stato il classico colpo di fulmine, erano diventati la mia ombra). Poi ho avuto qualunque animaletto possibile da tenere in casa, coniglietti, criceti, pesci ed uccellini, per completare poi con l’arrivo della mia gattona, come i miei due cani anche lei tra le tante case del vicinato, scelse la mia e me. Perciò che fare! Sono debole di cuore. Poi ho sempre avuto la passione per l’equitazione in particolare il salto ad ostacoli, ed è  grazie ai miei 3 cavalli e a questo sport che devo forse veramente tutto, la mia passione, l’amore che metto nelle cose che faccio e soprattutto la perseveranza.


- Cosa vuoi lasciare ai tuoi lettori con le tue storie?

Ai miei lettori spero di trasmettere un po’ di quella magia che provo quando scrivo e illustro le storie. Però è difficile da dire, ogni lettore può provare emozioni differenti in base a ciò che gli comunica il libro.


Piccole curiosità da lettrice e appassionata di scrittura.

- Hai un luogo/stanza dove preferisci scrivere?

Beh ipoteticamente avrei una stanza che prediligo, perlopiù un luogo, il piccolo giardino di casa mia, con il suono degli uccellini di sottofondo, respirando l’aria pulita degli alberi. 

Ma è solo poesia perché alla fine finisco sempre per scrivere alla mia scrivania, nelle ore più assurde, tipo la notte.


- C’è un autore o un libro in particolare che per te è stato comunque un mentore?

Come per l’arte, anche per la scrittura i miei riferimenti sono nel remoto passato. 

Partendo proprio dai classici latini come Catullo per finire poi con i trattati filosofici Freudiani.

Però infondo la vita vissuta è quella da cui traggo maggiore ispirazione. 


lunedì 19 aprile 2021

Siero Nero di Matteo Kabra Lorenzi - Recensione & Intervista all'autore

 "Il successo è una bestia a due facce, me ne resi conto subito. Mi accorsi di quanto la notorietà stesse minando le mie radici, agendo da cassa di risonanza per i miei demoni interiori".



Possono avidità e fame di successo portare qualcuno al punto di mandare tutto ciò che si è costruito a puttane?  

Amore, amicizie, famiglia… nulla dovrebbe mettere in discussione questi cardini fondamentali. Eppure è quello che accade a Matteo, detto Kabra, frontman dei Sesto Elemento, una band di spicco della scena musicale internazionale. Un vortice di menzogne e scelte sbagliate metteranno in discussione non solo la sua carriera, ma tutta la sua vita.

La storia parte da dove tutto ha inizio. Quella passione per la musica condivisa con il papà, con zio Max, con i cugini. Ma anche i primi amori e le prime lacrime, quelle che hanno portato alla stesura dei testi più significativi. La musica per Matteo è sempre stata lì, come punto di riferimento, come cura ma alla fine anche come unico scopo di vita.

Quando però perdi la strada, precipitando in quella trappola che ti sei costruito da solo, è l'incertezza a sovrastare su tutto. Matteo infatti inizialmente non riesce a rendersi conto delle gravità della situazione e per capire cosa sia successo deve ricomporre il mosaico di eventi che lo hanno portato ad arrivare a quel punto.

 Messaggi e chiamate si alternano alle immagini di ambulanze che cercano di caricare i feriti e farsi largo tra la folla.

 

Riuscirà Kabra a guardarsi dentro per tornare a coltivare quell’anima ormai oscura? Per lui è la fine o forse sarà solo l’inizio?


"Eppure quel Siero Nero cominciava a penetrare in maniera subdola dentro di me. Un siero nero pece, un qualcosa che avrebbe inevitabilmente inquinato la mia fermezza, anche se non me ne rendevo ancora conto".




Siero Nero  è una sorta di autobiografia intrecciata ad elementi di fantasia, raccontata con una sincerità stupefacente che fa sembrare tutto assolutamente reale. Una storia avvincente dove Matteo con la sua scrittura piena di vissuto e sofferenza è riuscito a far trapelare ogni emozione provata sulla pelle; ogni gioia e ogni difficoltà che quell'ascesa verso il successo gli è costata. 

Coinvolgente la scelta narrativa di dividere il romanzo in due tipi di capitoli, quelli che narrano il suo passato partendo da come è nata la sua passione per la musica e quelli denominati Siero Nero che raccontano la tragedia avvenuta durante il loro ultimo concerto... per arrivare ad unirsi nel capitolo finale rendendo finalmente tutto chiaro al lettore.
 Mi è piaciuta molto anche l’idea di inserire e contestualizzare perfettamente alcuni testi delle loro canzoni, che aiutano a capire perfettamente determinati stati d'animo vissuti in quel preciso periodo della sua vita. 


Intervista 

- Quando hai capito di voler buttare su carta la tua storia?
Ciao Elena e grazie mille per avermi accolto nel tuo blog per parlare del mio lavoro. 
“Siero Nero” è nato in maniera lenta, spontanea e graduale, si è praticamente costruito da sè negli anni – oserei dire addirittura dalla mia adolescenza – e improvvisamente è esploso in una necessità di concretizzazione quasi compulsiva, quando con la rockband di cui sono cantante abbiamo festeggiato i 20 anni di attività. Ecco, lì c’è stata la voglia di mettere un punto, tirare una riga e guardarmi indietro per provare a fare un primo bilancio. Parlare di me rielaborandomi “ex post” attraverso la musica, le mie esperienze e i mille aneddoti ha rappresentato una sorta di balsamo benefico per il mio percorso. 



- Cosa ti ha spinto a farlo? È stato più un bisogno o una sorta di divertimento?

L’ho fatto semplicemente perché in quel momento era un bisogno, sentivo che avrebbe rappresentato per me un viaggio terapeutico. E devo essere onesto: durante la stesura il timore che l'eccessivo coinvolgimento in molte situazioni raccontate mi impedisse di avere una scrittura lucida era altissimo. Ma era un dazio che dovevo pagare per poter raccontare la storia che avevo in testa e che ne è uscita. Per me è stato un qualcosa di necessario, di dovuto a me stesso. Se vogliamo però trovare la scintilla vera e propria che mi ha fatto optare per questo tipo di romanzo è che spesso le persone mi chiedono “perché hai scritto questa canzone?”,  “Cosa significa?”, “Cosa volevi dire con quelle parole?”. Il fatto è che non puoi spiegare in poche parole cosa c'è dietro a una canzone. Perché c’è vita, densa, sono situazioni anche difficili da raccontare e a volte complesse da spiegare in breve. La canzone ha la difficoltà di dover racchiudere tutto in pochi minuti e questo può esser per alcuni aspetti limitante. Inserire i miei testi dentro il romanzo, immersi nella storia, è come contestualizzarli, dando loro una luce nuova, per sottolineare alcuni passaggi della mia vita che han lasciato una traccia indelebile in me e dunque un'immediata memoria di quello specifico momento. 
- Quanto è successo davvero di questa storia e quanto è solo pura fantasia?
Questo è un punto per me molto importante: non si tratta di un’autobiografia, sarebbe riduttivo, bensì di una storia di fantasia (qualcuno l’ha definito brillantemente “un’epopea rock generazionale e thriller discografico”) nella quale ho trovato modo di far confluire molto di me. Si tratta di una sfumatura che potrebbe sembrare di poco conto ma in realtà è piuttosto incisiva poiché la storia di questa rockstar è un’estremizzazione, una forzatura, che tuttavia ci fa capire come possa essere facile perdere la testa cominciando anche solo da piccole scelte sbagliate. Dentro questo romanzo c’è dunque un mio “io” ipotetico, quasi distopico verrebbe da dire… ed è lo strumento che ho utilizzato per sviluppare tematiche profonde come l’amicizia, l’amore, la morte, l’arrivismo, ecc. Un giorno mi sono chiesto: “Arrivato a quarant’anni sono davvero felice di cosa sono e di quello che ho?” e la risposta è stata assolutamente affermativa. Al che mi sono detto: “Ma se per caso quella volta avessi fatto una scelta diversa? Se avessi voluto a tutti i costi fare successo? Se avessi messo al primo posto la fama? Dove sarei arrivato? Cosa sarebbe successo?” e da lì è nato questo Siero Nero, che poi è proprio quella sorta di negatività che una persona si inetta in vena quando per raggiungere uno scopo non guarda in faccia a nessuno, tradendo in primis sé stesso.



- Cosa hai provato a scavare così profondamente dentro te stesso?
Ho provato un bellissimo senso di liberazione, ma al tempo stesso ho potuto rifugiarmi nel labile confine tra finzione e realtà in modo che non ci fosse un effettivo denudamento agli occhi del lettore. Ogni cosa potrebbe essere vera e al tempo stesso falsa. Ogni evento potrebbe essere successo e al contempo potrebbe trattarsi di un’invenzione. Ogni gesto potrebbe essere avvenuto oppure esser stato creato per “esigenze di copione”. Chi può dire insomma fino a dove si spinge il romanzo? Oppure qual è il punto in cui la realtà si mescola con la fantasia? Questo, per fortuna, rimarrà sempre dentro di me.



- Cosa vuoi lasciare al lettore con il tuo libro?
Mi piace l’idea che chi mi legge possa immergersi in una storia ricca di situazioni, con l’intreccio tra passato e presente che si sviluppa lungo il racconto e si rivela con lo scorrere del libro sempre più serrato. La cosa che mi piacerebbe di più è che i lettori possano immedesimarsi nel protagonista, vivendone le ansie e i dilemmi interiori per capire come si possa, volendolo, risollevarsi facendo leva sulle persone realmente vicine e redimersi da alcuni errori che inevitabilmente facciamo durante il nostro percorso di vita. C’è sempre tempo per rinsavire! Alla fine, seppur il protagonista principale sia la musica, questo è un libro che parla di vita e dunque ho la certezza che chiunque possa ritrovarsi nel protagonista.



- Cosa ti aspetti da questa esperienza?
Essendo una prima volta tutto quello che sta arrivando lo prendo in maniera positiva e lo metto in saccoccia per il futuro. Mi piace lavorare su ogni aspetto di me in maniera lenta e progressiva, la crescita deriva dall’esperienza, dagli errori, dai consigli. Appena pubblicato Siero Nero non avevo aspettative, ma ammetto che il riscontro che sto ottenendo va oltre ogni più rosea aspettativa e grazie a questo lavoro ho conosciuto moltissime persone con cui ho avuto possibilità di scambiare opinioni e in qualche caso anche stringere amicizie sincere.



- Hai in progetto altri libri?
I progetti futuri fortunatamente continuano in maniera molto prolifica. Ho da poco terminato la stesura del mio secondo romanzo, per il quale ho voluto provare a lavorare su un processo di scarnificazione dell’introiezione. Mi piace evolvermi e cercare di affrontare tipologie diverse di scrittura. Il punto di vista non è più in prima persona, e già questo tende ad allontanare lo stile da un percorso introspettivo, ma in questo caso ho scelto di portare in primo piano gli eventi, i fatti nudi e crudi, spesso scevri da giudizi, lasciando al lettore il compito di costruirsi un sentimento, un moto emotivo verso i vari protagonisti della storia. Il titolo sarà “Kaeru” e racconterà la storia di un incredibile esperimento sociale realizzato su una inconsapevole cavia umana; una sorta di 1984 di Orwell rivisitato in chiave moderna e con sfumature totalmente inattese.



- Una piccola curiosità da appassionata di musica rock. Gruppo preferito?
Affondo le mie radici nel rock italiano anni Novanta, che per me è stato il periodo d’oro e di riferimento della musica nostrana. Di quei tempi sicuramente Timoria, Ritmo Tribale, Estra, Rats, Litfiba, Movida e Afterhours. Ai giorni nostri invece mi piacciono parecchio i Ministri e i Cara Calma anche se ascolto veramente di tutto. Poi ci sono i grandi classici internazionali come gli Iron Maiden, i Deep Purple, gli Scorpions e, spostandoci nel Sud degli Stati Uniti, i Lynyrd Skynyrd.



- Per quanto riguarda la scrittura hai invece un autore e un libro preferito?
Come autore devo per forza dire Dino Buzzati che per me era un genio assoluto… e va da sé che “Il Deserto dei Tartari” è il mio romanzo in assoluto preferito. Poi tra gli scrittori dei giorni nostri reputo straordinario Gianluca Morozzi e, quasi ovvio, il grandissimo Stephen King. In generale però, salvo queste eccezioni, tendo a non legarmi a un autore specifico, ma farmi ammaliare dalla sinossi e dalle suggestioni del singolo titolo. Su questo metto quasi sullo stesso piano un esordiente con un autore più conosciuto: voglio che sia la storia a catturarmi, anche se poi evidentemente incide come viene raccontata! Ma ti assicuro che a volte è bello farsi sorprendere in positivo.

Grazie Matteo per questa storia carica di passione. 

Rock never dies!

 




mercoledì 7 aprile 2021

L'invito - Marco Rassu

 
“Se non mi muovo mi sento incompleta. Io viaggio perché cerco qualcosa, viaggio per ascoltare storie differenti dalle mie e per prendere tutto quello che di buono trovo nelle altre culture”.

 



Alla ricerca della verità, è questo il titolo dell’ incontro fra uomini differenti che dovranno confrontare le proprie vite con quelle degli altri e al quale il nostro protagonista surfista viene invitato a partecipare.

Durante tutta la riunione il mediatore pone ai suoi invitati delle domande. Domande alle quali inevitabilmente ognuno risponde in modo diverso, ovviamente dal proprio punto di vista, in base alla provenienza, al lavoro che svolge, al tenore di vita. Tutto questo per farci capire come basti anche solo abitare in un paesino invece che in una metropoli possa cambiare totalmente ideologie e stile di vita.

I temi trattati possono sembrare scontati, ma invece sono proprio quelli che quotidianamente ci mettono davanti ai quesiti più grandi della vita: il tempo, le ambizioni, la propria cultura, il lavoro, le passioni, e infine la morte e la felicità.


“La nostra sarà solo una ricerca alla fine della quale non avremo la pretesa di aver capito ma la consapevolezza di aver fatto un grosso passo in avanti nella comprensione di questa strana, magnifica, dolorosa, gioiosa, intensa, noiosa, incredibile cosa che è la vita”.


Se per il banchiere il tempo è denaro, per qualcun altro il tempo è relativo ed esiste solo perchè noi lo vogliamo. Significati altrettanto diversi vengono dati a parole come ambizione e successo. In questo caso entra in ballo il sistema in cui viviamo, che cerca insistentemente di manipolare le nostre scelte attraverso pubblicità, film, musica, semplicemente suggerendoci bisogni che fino a quel momento non sapevamo di avere o spingendoci ad ambire a desideri mai considerati prima. È così che il successo per alcuni diventa un vero e proprio scopo di vita.

In questo modo si finisce per seguire la massa, per dedicare la propria vita esclusivamente al lavoro, mettendo in secondo piano tutto il resto. Sono davvero poche le persone che concedono tempo alle proprie passioni o che comunque danno loro uno spazio notevole all’interno della quotidianità. E tra queste passioni non può mancare di certo il viaggio. Anche su questo le considerazioni sono assai diverse. Alcuni hanno girato il modo, altri ne hanno visto solo una piccola parte, altri ancora non hanno mai visto altro oltre al posto in cui vivono. 


“Si sa, viaggiare, conoscere ed esplorare il nostro pianeta venendo a contatto con le culture più diverse è qualcosa che ti arricchisce, ma è così fondamentale ai fini di una profonda comprensione della vita? La felicità, signori, è legata ad un luogo e all’interazione con la società nella quale siamo immersi?”.


La riunione si conclude parlando di felicità. Quella alla quale tutti ambiamo, ognuno a suo modo. C’è chi la cerca nei soldi, chi nell’amore, chi nel lavoro dei suoi sogni, chi nei viaggi, chi nel potere.

Una lettura assolutamente stimolante e dinamica, di quelle in cui ti ci immergi totalmente sperando che niente e nessuno venga ad interrompere quel tuo viaggio interiore. 
Leggendolo è quasi impossibile non interrogarci su cosa avremmo risposto noi a quella domanda. Forse è proprio questo l’invito di Marco nei confronti del lettore.
Ho apprezzato molto anche i flashback che l’autore inserisce in ogni capitolo, un po’ come per spiegarci il perchè delle sue risposte e quindi dei suoi punti di vista.

Un libro che dovrebbe farci capire quanto sia davvero importante rispettare le idee degli altri e soprattutto anche quanto lo sia esprimere le proprie, non sentendosi inferiori né tantomeno superiori rispetto a un qualsiasi essere umano e al suo vissuto. 

Ma anche che non è mai troppo tardi… per capirsi, per guardarsi dentro e perché no prendere coraggio per cambiare direzione. 


martedì 6 aprile 2021

Il Piccolo Principe Day

Una giornata internazionale dedicata al capolavoro francese 

più letto al mondo


Il 6 aprile del 1943 usciva la prima edizione del Piccolo Principe di 

Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944).


  Con oltre 200 milioni di copie vendute Il Piccolo Principe è l'opera letteraria francese più conosciuta e più letta sul pianeta, tanto da arrivare a definire una giornata destinata a evidenziare i valori umanistici del libro: il 29 giugno si celebra infatti il Piccolo Principe Day.


 «In un contesto globale in cui si stanno moltiplicando crisi e tensioni, i valori umanistici del Piccolo Principe stanno trovando una risonanza speciale presso il grande pubblico. Grazie alla sua forza evocativa e alla sua capacità di ispirazione, l'appropriazione del messaggio del Piccolo Principe diventerà più ricca e varia. Tutto ciò che mancava era una giornata internazionale per celebrarlo. Ora questo appuntamento c'è: il prossimo 29 giugno», spiega la Fondazione Antoine de Saint Exupéry.

Il protagonista è un bambino che vive da solo su un pianeta lontano, innamorato di una rosa molto capricciosa e troppo orgogliosa per ammettere di aver bisogno di lui. Una volta lasciato il suo pianeta, incontra una serie di personaggi attraverso i quali vengono rappresentati i difetti più comuni dell’età adulta: un re con smania di potere, un burocrate fissato con le regole, un vanitoso, un ubriaco, un uomo d’affari schiavo dell’ansia di contare le stelle che crede di possedere.
Al Piccolo Principe tutto ciò che per loro è importante appare, invece, come superfluo perché questi uomini rappresentano quanto di più lontano c’è dal senso vero e autentico delle cose e dei rapporti tra le persone.

La volpe, animale selvatico difficile da addomesticare, è colei che insegna a questo bambino il significato profondo, e talvolta doloroso, dell’amicizia e dell’affetto sincero: «Addio – disse la volpe – Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi».

Un capolavoro della letteratura che riesce a trattare tematiche profonde con una semplicità unica, che si inserisce in un quadro fantastico che va al di là della realtà immaginaria; scavalca e scardina le certezze concrete della quotidianità per lasciare spazio ai sogni e alla storia di ogni piccolo bambino che dentro di noi chiede di essere ascoltato.


Personalmente ho trovato spesso rifugio nelle parole di Antoine. Ho riletto difatti questo libro in diversi momenti della mia vita e soprattutto a diverse età, e sicuramente ogni volta mi ha insegnato qualcosa si diverso sulla vita e su come affrontare determinate cose. 

Consiglio davvero a tutti di leggerlo o rileggerlo, regalarlo o perché no raccontarlo.


L'edizione che vi propongo in foto è illustrata dalla bravissima Stella Pianelli, edita da Armando Curcio Editore.


giovedì 25 marzo 2021

I Gigli Non Parlano di Claudia Alessi - Recensione & Intervista all'autrice


“Io non voglio essere schiava dell’abitudine. 

 
Io non voglio ricalcare ogni giorno gli stessi percorsi.
 

Voglio cambiare direzione.
 Voglio rischiare, io voglio il tormento, io voglio i colori. 
 

Voglio il coraggio di tentare.
 

Voglio sbagliare. 
Voglio perdere la certezza per l’azzardo dell’incertezza.
 

Voglio scappare dai consigli sensati, voglio inseguire un sogno”.


È ciò che vuole Azzurra, protagonista del libro, giovane e brillante tirocinante presso un lussuosissimo studio di avvocati.

Proprio nel momento in cui tutto sembra andare per il verso giusto, almeno lavorativamente parlando, si ritrova catapultata in una sorta di mondo parallelo fatto di giochi, sguardi e passioni.

Tutto questo la porta a dover prendere una dura decisione: il grande amore di una vita o il desiderio proibito e la passione incontrollabile?

Una storia che ti fa appassionare da subito a quei tormenti che non lasciano dormire Azzurra, combattuta tra cuore e ragione. Impossibile non immedesimarsi con lei, non empatizzare con quella donna confusa e semplicemente imperfetta... Come tutte noi. Una donna che vuole rincorrere i suoi sogni e la sua libertà a tutti i costi dopo essere stata travolta dalla quotidianità.

La cosa che mi ha colpito di più di Azzurra è stato proprio il suo coraggio. Il coraggio di dire la verità, in primis - e non senza difficoltà - a sé stessa. E poi con lo stesso coraggio capire e decidere di non poter più continuare in quel modo.

Accattivante, scorrevole e con un finale assolutamente inaspettato.

Azzurra sceglierà il cuore o la ragione? Non vi resta che leggere il libro per scoprirlo.


Come avete potuto capire questo libro mi ha intrigata moltissimo, per questo ho chiesto alla sua autrice Claudia Alessi di scambiare due chiacchiere e buttare giù una breve intervista. Ero troppo curiosa di saperne di più su questa storia.


INTERVISTA: 

Prima di ogni domanda raccontaci l’emozione che hai provato quando hai tenuto in mano la prima copia del tuo libro, sono curiosissima.

È stato surreale ed eccitante. Ho capito che stavo letteralmente iniziando un nuovo capitolo della mia vita.

 

1 - Come hai scoperto la tua passione per la scrittura? Come l’hai coltivata?

Onestamente non ho ricordi di me senza una penna in mano. Fin da bambina ho sempre scritto di tutto: racconti, sceneggiature, romanzi o favole illustrate. Scrivevo lettere intrattenendo fittissime corrispondenze. Non esiste supporto, cartaceo o digitale, che mi sia sfuggito. L’unica cosa che non ho mai tenuto è un diario. Prima di essere una scrittrice, comunque, sono un’avidissima lettrice. Già dall’infanzia passavo nottate intere fra le pagine di Verne, Dahl, Salgari, London, Poe, Jane Austen…potrei continuare all’infinito!

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- Cosa ti ha spinta a intraprendere la carriera di scrittrice?

I miei studi mi hanno condotta a vivere in un mondo che d’un tratto mi è stato stretto e ho sentito profondamente estraneo alla mia vera indole. Ho deciso quindi di far emergere una natura che è sempre stata ruggente in me.



3 - Come o dove trovi l’ispirazione per scrivere?

L’ispirazione mi sovviene continuamente. Vedo il foglio bianco e mi faccio trascinare dalle parole. Non so mai che direzione prenderanno i miei scritti. Sono totalmente naïf. Non ho mai fatto una scaletta in vita mia né elaborato un progetto predefinito. È proprio questo il bello: farsi trascinare dall’imprevedibile estro del momento.



4 - Quando hai capito di essere portata per la scrittura?

Quando a cinque anni composi il mio primo racconto. Lo portai a mia madre e lei si stupì che prima ancora di iniziare la scuola non avessi fatto nemmeno un errore. Conservo ancora quel foglio dove ho impresso le mie fantasie. Avevo visto una deliziosa vecchietta fare a maglia e immaginai cosa sarebbe successo a quella lana se fosse stata magica…



5 - Hai un luogo/stanza dove preferisci scrivere?

Non mi piace scrivere nello studio, come sarebbe normale. Piuttosto in sala da pranzo. Credo sia per l’atmosfera che mi evoca quella stanza e per gli oggetti che vi sono contenuti. La rendono una fonte inesauribile di spunti. Basta spostare lo sguardo e la mia immaginazione corre selvaggia.

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- Qual è il tuo pubblico ideale? A che genere di lettore pensi quando scrivi?

Secondo me, quando si scrive, l’ultima cosa da fare è pensare a chi dovrà leggere il proprio lavoro. Inevitabilmente si finirebbe per autocensurarsi. E non c’è errore peggiore che farsi condizionare dal temibile giudizio del pubblico. Ho avuto conferma che, per quanto riguarda I gigli non parlano, non esiste target che tenga. È una storia trasversale che coinvolge ambo i sessi senza limiti di età. Dall’adolescenza all’età matura, ho avuto riscontro che cambia solamente l’interpretazione della storia: generalmente i più giovani preferiscono Damiano. L’unica costante è un’empatia generalizzata nei confronti di Azzurra.

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- Come è nata questa storia?

Non credo che uno scrittore cerchi una storia. Piuttosto sono le storie a trovarti. A me non è restato che scriverla.

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- Avendo visto le foto del tuo profilo Instagram mi è sembrato di ritrovarti nel tuo libro. Quanto c’è di autobiografico? 

Penso che un libro sia in qualche modo un’espansione dell’essere. E I gigli non parlano sicuramente lo è.

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- Per il lato estetico e caratteriale di Azzurra ti sei ispirata un po’ a te stessa?

Assolutamente sì, più che altro dal punto di vista estetico.



10 - Che messaggio hai voluto dare con il tuo libro?

Credo che ciascun libro venga interpretato soggettivamente da chi lo legge. Ho scoperto che c’è una visione che l’autore ha e molteplici quanto, a volte, inaspettate interpretazioni dei lettori. Nel caso de I gigli non parlano ho volutamente lasciato la possibilità di introiettare la vicenda di Azzurra nell’auspicio che ciascuno, rispetto al proprio vissuto, avesse la possibilità di chiedersi come si sarebbe comportato o che scelte avrebbe fatto, vivendo la storia della protagonista come propria. Non credo che in questo romanzo ci sia una morale univoca, ma piuttosto svariati spunti di riflessione. È necessariamente così quando si racconta di una ragazza che diventa donna.



11 - Cosa ti aspetti da questa esperienza?

È un’esperienza che fino a questo momento mi ha dato molte soddisfazioni. Vedo i miei libri come figli. Una volta pubblicato, è come se quel romanzo fosse diventato adulto, pronto ad affrontare il mondo da solo. Spero, visto anche lo scopo filantropico legato alla mia prima pubblicazione, che il mio primogenito abbia il maggior successo possibile. Con “successo” non mi riferisco tanto alle vendite, quanto alla capacità di far innamorare di sé, di far sognare, di far riflettere, di intrattenere.

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- Hai in progetto altri libri?

Certamente. A breve verrà pubblicato il mio secondo romanzo. Non posso ancora rivelare altro. Posso solo dire che non si tratta del sequel de I gigli non parlano.



13 - Esiste un libro che ha avuto una grande influenza nella tua vita? C'è uno scrittore che consideri il tuo mentore?

A sette anni, venni profondamente colpita da Il diario di Anna Frank. È stato il più giovane e straordinario talento femminile in cui mi fossi imbattuta fino a quel momento. Mi trasmetteva un carisma e una forza che prima di lei avevo trovato solo in autori adulti. Dopo averlo letto, decisi di scrivere anch’io. Intitolai il mio primo vero manoscritto Kitty, proprio in onore di questa straordinaria piccola, grande donna che tuttora mi commuove.



14 - E per finire, un gioco: se potessi scegliere solo tre libri da consigliare, quali sarebbero?

I ragazzi della via Pál, Il grande Gatsby, Il deserto dei Tartari.




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